Recensione redatta da Valerkis
Dopo la fantastica interpretazione in La Grazia di Paolo Sorrentino, Anna Ferzetti ritorna come protagonista in una storia che mi ricorda un po’ i tempi in cui mi guardavo tutta quella categoria che definirei “drammi scolastici”. Tutte quelle storie ambientate a scuola con tutti i problemi che sono presenti all’interno di una classe, in un continuo scambio di vite diverse e situazioni una differente dall’altra.
Anna Ferzetti interpreta una professoressa d’inglese che è stata assegnata ad un liceo della periferia romana, dove gli studenti sono in preda alle difficili condizioni in cui si ritrovano. D’altronde la vita di borgata, come si suol dire, non promette nulla di buono, un futuro incerto e una condizione fragile per i ragazzi e le loro famiglie. La protagonista si ritrova a che fare con una classe dell’ultimo anno che dovrà sostenere l’esame di maturità e gli studenti non sanno dove sbattere la testa, ma come dicono loro…provengono dalla strada e non è perché non si mettono sui libri non sanno argomentare. Sapranno, a loro modo, definire il senso critico (anche sbagliato) ma data la propria esperienza di vita. L’obiettivo della professoressa è quello di porre al centro i ragazzi e dare un senso al loro ritrovarsi in un contesto, alla loro vita e cercare di tirarli fuori da quella "comfort zone” che si sono creati, non per colpa loro.
Anna Ferzetti potrebbe decretare l’inizio di una lunga serie di interpretazioni cinematografiche capaci di inserirsi centralmente in storie interessanti, come questa. L’interpretazione era al livello sociale in cui si è ritrovata e diventando così una di loro, o forse si è ritrovata, a prescindere, nei loro caratteri sentendosi pienamente coinvolta. Non è un personaggio scontato, non è un’eroina, ma è una che vuole far stimolare e far aprire gli occhi ai ragazzi e fargli sviluppare la maturità che li contraddistingue. Parlando di loro, appunto, nelle interpretazioni sono tutti alle prime armi e hanno mostrato la piena naturalità caratteriale di persone di periferia. Ammetto che nelle tante battute sboccate, qualcuna ha fatto ridere, qualcuna era esagerata, però se volevi mostrare la naturalezza del saper esprimersi, posso anche comprenderla anche se rimango dell’idea che avrei risparmiato qualche battuta.
Ma aldilà di questo, Umberto Carteni non è nato ieri a fare regia e nello scrivere le sceneggiature di film italiani anche conosciuti (Diverso da chi?, Studio illegale etc…) e comunque ha coordinato bene tutte le sequenze della storia di un anno scolastico turbolento e per nulla prevedibile. I personaggi sono simili nella propria individualità e grazie a frasi inglesi citate, qualcuno riesce a sviluppare il senso critico ricercato. Non riesco a definire se mi è piaciuta come idea quella di prevedersi, oppure no, come se avessero spoilerato tutto quello che sarebbe avvenuto dopo. Peró, forse, l’idea era di far capire che non è il carattere a definire la persona, ma a come affronta la realtà. Vi anticipo, non ho letto il libro di Gaja Cenciarelli da cui è stato tratto il film, ma so che questa vicenda è tratta da fatti realmente accaduti e da personaggi che esistono o sono esistiti.
Di “film scolastici” ce ne sono molti e vi dico, non è di certo il film dell’anno, o il miglior film mai visto nella mia vita, ci sarebbero da fare appunti su vari aspetti: la serie di battute, lo squallore dietro ogni storia, la mancata storia della protagonista (si conosce solo una parte) e anche certi fatti definiti scontati. Ma per come si mostra il finale, lo consiglio di vedere che non è stato banale, per una vicenda senza eroi.
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