sabato 24 gennaio 2026

Di chi sono i nostri giorni?

 



Recensione redatta da Valerkis

Dopo due anni da Parthenope, Paolo Sorrentino con una nuova vicenda arricchisce la sua carriera da regista con un lavoro svolto per nulla indifferente e variando la sua modalità di eseguire e mostrare la sua tecnica. Con Parthenope si mostrava un sentimentalismo accentrato, qui lo è senz'altro ma dando molto spazio alla "lentezza" che contraddistingue la sua tecnica.

Mariano De Santis (Toni Servillo), presidente della Repubblica Italiana a fine mandato vive il suo “semestre bianco” (ultimi sei mesi di carica del Capo dello Stato) in preda all’approvazione di una legge sull’eutanasia, concedere due grazie e…i rancori di una vita sentimentale finita da ormai troppo tempo. Mariano è affiancato quotidianamente dai suoi collaboratori e sua figlia, Dorotea (Anna Ferzetti), giurista anche lei, come il padre, che lo accompagna durante il suo mandato, rendendosi disponibile ad aiutarlo nel suo operato.

Le interpretazioni sono state essenziali in questa vicenda. Toni Servillo, una garanzia come sempre e ci ha trasmesso l'etica di un personaggio che non risulta freddo, a parer della veste che ricopre. Ha dentro di sé tanto da dire e raccontare, che purtroppo non può. Finalmente, grazie a Sorrentino, Anna Ferzetti è riuscita ad avere una parte più laboriosa e impressionante, risultando più centrale nei ruoli che ha interpretato, insieme a Mariano e non sovrastarlo minimamente. A seguire, ci sono stati tutti gli altri personaggi che sono stati attorno a Mariano, come il ministro e suo amico Ugo Romani, la sua amica Coco Valori, il Colonnello Labaro, il Premier e il Papa, interpretati benevolmente dal resto del cast, proporzionati alla parte interpretata. La regia e sceneggiatura di Paolo Sorrentino assumono entrambi una variazione rilevante, in questi ormai venticinque anni di cinema sorrentiniano. Ho percepito molto spazio dato alla “lentezza” che gli appartiene nella sua tecnica, che la contraddistingue e facendo prendere tempo alla scena di costruire, oppure per concedere al Presidente De Santis il suo “tempo di riflessione”. Può risultare pesante, a qualcuno, ma non risulta troppo opprimente nel complesso. Risulta un soggetto molto concentrato, considerando lo spazio limitato a quello del ruolo istituzionale che ha ricoperto De Santis e per concentrare le proprie riflessioni e percepire infine la “grazia” concessa.

È un film che merita di essere visto e l'ho apprezzato per come è stato realizzato, percependo, infine, questa grazia che risulta non essere prevedibile, come si potrebbe pensare, anche con una certa ironia. Di chi sono i nostri giorni? Come rispondereste alla domanda che si pone? Non è un film troppo centrato sulla politica e risulta come elemento contornante alla vicenda e questo mi è piaciuto, non solo per una questione di presa di posizione, ma perché non era l’obiettivo parlare di politica e tramandare messaggi diretti al contesto, ma di come nonostante le persone rivestono un uniforme e una carica di certo livello, restano di fondo degli esseri umani e mettendo così in risalto, quella umanità che ognuno ci definisce, manifestando emozioni e rancori di una vita. Non è diretto, ma viene interpretato.

Paolo Sorrentino non è surreale qui, come è solito fare e ha puntato nell’affrontare varie tematiche. Sentimento nascosto, ruolo politico che riveste la sua vita, la grazia meritata di ognuno e questo rappresentato…lentamente, come bravo risulta nella sua direzione.  

Comunque…anche per aver fatto rappare Servillo su un testo di Guè, Paolo Sorrentino risulta immenso e ha fatto bene ad affidare a Guè il merito di “Cavaliere della Repubblica” (in senso figurato della vicenda del film).

giovedì 8 gennaio 2026

Che fantascienza, da vedere!

 



Recensione redatta da Valerkis

Prima che James Cameron ci traumatizzasse con il suo Titanic e poi intraprendendo la sua avventura con i vari Avatar, c’è questo curioso film scritto da lui e diretto dalla bravissima Kathryn Bigelow che affronta la tematica del noir postmoderno, in una maniera unicamente approcciata al senso apocalittico del passaggio al nuovo millennio (basta ripensare al famoso Millennium Bug, che non è avvenuto). 

Trama: Lenny (Ralph Fiennes) per vivere spaccia delle clip da visionare attraverso un macchinario che immedesima il proprio punto di vista e la propria mente in un contesto realmente accaduto ma da parte di altri. Un “filo-viaggio” attraverso la realtà virtuale di situazioni accadute e con l’evolversi della vicenda, si aggiungeranno una serie di personaggi che girano intorno a Lenny.

Di solito parlo subito di regia e sceneggiatura, qui vorrei partire dagli attori, quelli principali che hanno avuto un ruolo attivo per tutta la durata del film. Ralph Fiennes nei panni del protagonista, risulta pienamente coinvolto e attivo nella centralità del personaggio e confermandosi un bravo attore. Angela Bassett, nel ruolo di Mace che lo accompagna in tutta la sua avventura ambientata negli ultimi giorni del ventesimo secolo e interpreta un personaggio per nulla scontato. Poi Juliette Lewis, nei panni di Faith, l’ex di Lenny, interpreta un ruolo più deciso e importante dopo ormai numerose interpretazioni tra cui Cape Fear di Scorsese, dove ha avuto lo slancio per la sua carriera da attrice. Tom Sizemore, nei panni di Max, un altro che accompagna Lenny nella sua avventura, ma da non trascurarlo minimamente per la sua incredibile e sconvolgente evoluzione nella storia. Brigitte Barko, nei panni di Iris, personaggio dominante nella storia. Infine, Michael Wincott, nei panni di Philo, il pezzo grosso del giro, anche lui pienamente integrato. Tutte interpretazioni non esaltanti, ma nemmeno sproporzionate, comunque hanno dato un tocco ad un film che detiene un’importanza nel genere noir-fantascientifico hollywoodiano. Ora possiamo passare a regia, sceneggiatura e compagnia bella. Regia di Kathryn Bigelow decisa, moderna, innovativa e pienamente integrata nella sceneggiatura curata da James Cameron (inoltre ha curato il soggetto e ha prodotto il film) e Jay Cocks. La sceneggiatura è stata accurata in ogni singolo elemento che ha descritto la situazione, l’ambientazione e tutto il contesto storico e predizione su un qualcosa che poi realmente si è realizzato. Insomma, la realtà virtuale ormai è argomento di discussione, di ricerca e sviluppo a tutti gli effetti. Fotografia e musiche accompagnano notevolmente la storia e aggiungerei la comparsa di Skin degli Skunk Anansie, che interpreta Selling Jesus alla scena finale del Capodanno. 

È un film che ho molto apprezzato e che secondo me ripropongono molto poco, purtroppo. Recuperarlo è degno di immergersi in qualcosa di elettrizzante e di spaventoso al suo tempo, sia per ciò che si compiva tra i personaggi, per lo scopo di tutto quanto, le tematiche affrontate e il contesto storico generale. Sicuramente, a mio parere, è uno dei film fantascientifici da non scartare assolutamente. Tematiche più che attuali, predominanti e visionarie sul mondo che ci stiamo per ritrovare, è stata la forza di questo film che mi fa considerare come uno dei titoli maggiormente notevoli del panorama hollywoodiano.

domenica 28 dicembre 2025

A Natale con il ritorno di Checco Zalone al cinema

 



Recensione redatta da Valerkis

Ci risiamo! Anche nelle festività Natalizie 2025, il nuovo film con Checco Zalone protagonista sta tornando a riempire le sale cinematografiche italiane e guadagnando nei primi tre giorni di uscita, quasi 20 milioni di euro al botteghino. Si sa, ormai ogni suo film è una garanzia, ma lo sarà a tutti gli effetti?

Trama: Checco Zalone è un figlio di papà, ricco e nullafacente e pensa a come usare al meglio la propria eredità, dopo anni di sacrifici del padre con le proprie imprese. Ha tutto, veramente tutto, manca solo una cosa: instaurare un rapporto con sua figlia. Si realizzerà? E in che modalità, se non attraverso il Cammino di Santiago! Intraprendendo il Cammino e conoscendo altri personaggi, i due protagonisti attraversano il proprio percorso insieme e tra il politicamente scorretto di Checco, battute, momenti e riflessioni poste, si assiste alla vicenda raccontata.

Dunque il duo Nunziante–Zalone torna a collaborare dai tempi di Quo vado, con una regia e una sceneggiatura che mantengono l’enfasi tipica dei film di Checco Zalone, assicurando divertimento e riflessione. Le musiche di Checco Zalone e Antonio Iammarino accompagnano le scene che compongono il film e a questo giro il duo Nunziante-Zalone si occupano anche di montaggio, insieme a Pietro Morana e ho percepito nuovamente la qualità iniziale dei primi film di Zalone: umoristica con quel pizzico di politicamente scorretto usato con intelligenza. La fotografia di Massimiliano Kuveiller ben bilanciata aiuta la regia di Nunziante ad accompagnare ogni frame di questa vicenda. Molto buone, nel complesso, sono state le interpretazioni di Letizia Arnò (nei panni di Cristal, la figlia di Zalone) e di Beatriz Arjona (nei panni di Alma, il personaggio che li accompagnerà principalmente durante il Cammino), proporzionate al genere e alla storia in sè.

Checco Zalone e Gennaro Nunziante tornano a collaborare come ai vecchi tempi e ci regalano novanta minuti di spensieratezza assicurata e risate grazie, per l’appunto, alla comicità di Zalone che ormai conosciamo e che, personalmente, apprezzo dal primo giorno che l’ho visto attraverso i suoi sketch e i suoi film. Insieme affrontano il tema del Cammino di Santiago in una maniera non documentaristica ma sicuramente con una modalità esaltante perché abbiamo sempre a che fare con una commedia, che vuole far spensierare il pubblico, far ridere e con un occhio però al tema oggettivo, un tema importante, delicato e affrontata in una maniera che non annoia ma che fa divertire e riflettere sul rapporto padre-figlia. Tante tante risate assicurate, su questo non ci piove e non si discute. Ma non è il primo che fa e che vedo e quindi ormai so di cosa si tratta, ma come avrebbero giocato con la storia del Cammino? L’hanno giocata bene, usando ovviamente la comicità e creando una storia che permette di avvicinare padre e figlia.

Il film può risultare magari eccessivo per qualche battuta, ma riesce comunque ad accompagnare lo spettatore in una vicenda che unisce padre e figlia attraverso il Cammino di Santiago, dandogli un peso simbolico senza focalizzarsi eccessivamente sulle motivazioni religiose o spirituali del viaggio. La scelta di non concentrarsi troppo sul motivo per cui si compie il Cammino alleggerisce la narrazione e rende la storia più accessibile, considerando che risulti essere sempre una commedia. Insomma, Checco ci ha fatto ridere un’altra volta e grazie alla sua comicità ha riportato gli italiani al cinema durante le festività, continuando a collezionare record di incassi in questo istante. Film assolutamente consigliato, anche perché, ogni tanto, è giusto concedersi un paio di risate e serenità in questo momento di festività.

venerdì 26 dicembre 2025

Il ritorno di Zootopia

 



Recensione redatta da Valerkis

Il fantastico mondo di Zootopia ritorna nelle sale cinematografiche durante le festività Natalizie di questo 2025 con una nuova vicenda che riguarda i protagonisti che sono stati coinvolti nel primo titolo datato 2016.

Judy Hoops e Nick Wilde diventano parte integrante del corpo poliziesco della città e cercano di essere attivi nel loro ruolo, rimanendo sempre partecipi e coinvolti nelle investigazioni che (non) li riguardavano. Questo non piace al capo, ma Judy sente la necessità di operare sul caso che li stava riguardando, ormai. Un serpente era in circolo e si sapeva, in città, come i rettili siano creature considerate escluse dalla società. Si diceva alquanto pericoloso e andava catturato, ma si scoprirà tutt’altro di quello che si tramanda. Così si imbatteranno in un’avventura che non darà nulla per scontato.

La saga di Zootropolis, nel primo titolo, affronta certe tematiche importanti usando gli animali come personaggi, che non è scontato anch’esso per riflettere su come forse gli animali si comportino meglio degli umani o perfettamente utilizzabili per impersonificare i comportamenti umani come idea originale. Nel secondo titolo uscito quest’anno, affronta delle tematiche più accurate del primo e anche se passate indirettamente, sono comprensibili a chi è un po’ più maturo e ho percepito come non sono risultati impassibili su tematiche attuali e, purtroppo, continuano ad essere oggetto di discussione, dopo anni di storia dell’umanità. Non per aprire discorsi troppo mirati, perché vorrei rimanere nell’ottica di semplice recensore di film, ma quando si comprende che certe creature sono state costrette ad esiliarsi altrove, per sparire dal luogo principale dove vivevano è già un tema forte da affrontare in un film d’animazione. Da questo punto di vista, la Disney ha fatto un gran salto di qualità nella produzione.

La regia di Jared Bush, Byron Howard e Josie Trinidad è ben bilanciata, non sproporzionata e riesce pienamente a coinvolgere lo spettatore. Jared Bush scrive una sceneggiatura costruendo una storia intrigante e piena di argomentazioni attuali, anche se passate indirettamente e apprezzo positivamente, soprattutto in un periodo storico come questo, dove non va lasciato nulla per scontato e permettere di affrontare certi temi importanti per un pubblico tendenzialmente inferiore di età, è un qualcosa di molto importante che viene messo in atto in questo film. 

Mi è piaciuto, mi ha divertito e mi ha fatto riflettere su temi indispensabili da trattare come è giusto che sia e in un contesto di realizzare un film d’animazione che non lascia un pubblico in un’enfasi insipida, ma con tanto colore e un po’ di attenzione posta che sarebbe necessaria.

mercoledì 3 dicembre 2025

Il ritorno del mito di Frankenstein



Recensione redatta da Valerkis

Frankenstein è sempre stato oggetto di numerose pellicole che nel corso degli anni hanno arricchito la storia del cinema. Anche Guillermo del Toro decide di portare il suo Frankenstein, in una modalità totalmente autentica e differente dalla base storica, tratta dal romanzo scritto da Mary Shelley. 

"Ci ho messo 30 anni a realizzare questo sogno, prendendo il meglio di quello che ho incontrato, in termini di capacità tecniche. Il romanzo ci parla ancora”.

Queste parole espresse dal regista, individuano come nella realizzazione di questo film si intravede un qualcosa di puramente artistico nell’esecuzione, risultando completo nelle forme che assume.

La storia di Frankenstein, bene o male la conosciamo tutti. Penso. Io non sto di certo a raccontarvela. Avete presente, quello scienziato che realizza la sua Creatura e poi prende vita e si dice che poi diventa cattiva e secondo voi perché? Di suo o perché lo fanno diventare cattivo, considerandolo a prescindere un essere mostruoso e inguardabile a primo impatto?

Se ognuno di noi si informasse sulla vera e propria storia di Frankenstein e della sua Creatura, quindi quella ideata dalla Shelley, confrontandola con quella di Del Toro, si noterà che c’è sicuramente qualche (e giusto qualche) differenza. Ovviamente sono stato sarcastico. è evidente che ci sia una notevole differenza, stravolgendo in questo modo la base storica del romanzo di Mary Shelley e creando una storia unica attraverso le doti artistiche di un regista come Guillermo Del Toro, che molti avranno adorato per il film “La forma dell’acqua”. Non è assolutamente paragonabile con questo appena citato, anche se il regista ha per sua dote questo suo lato emotivo da esaltare e metterlo per iscritto, sia a livello di sceneggiatura, registico e stilistico in sé.

Ammetto che per certi versi, il film potrebbe risultare abbastanza pesante, soprattutto nella prima parte dando un bel po’ di spazio ai personaggi e ai propri caratteri. Poi, quando parla la Creatura, il film diventa entusiasmante e attraente per chi lo vede. Si fa altrettanto interessante e lasciando parlare la Creatura, fa riflettere su come essa non viene raffigurata per come si possa pensare e l’obiettivo del film era mettere in risalto, tramite la fotografia eccezionale delle inquadrature e della scenografia in sé, il sentimento della Creatura e di come lui possa essere incluso e cosa non fanno invece gli umani. Allora chi è il mostro? Chi sono i mostri? 

Guillermo Del Toro dimostra una certa autenticità dietro la macchina da presa e questo l’ho capito, quando è riuscito ad evidenziare il dettaglio principale della storia. Apprezzata. Regia pienamente equilibrata, sceneggiatura articolata che si mostra attraverso la modalità di regia e soprattutto la fotografia, è stata molto importante e ha accompagnato eccezionalmente ogni singolo frame, per il contesto in cui è ambientata la vicenda. Molto buono il lavoro svolto da Dan Laustsen. Le interpretazioni dei due protagonisti di Jacob Elordi (nei panni della Creatura) e di Oscar Isaac (nei panni di Victor Frankenstein) le ho pienamente apprezzate, perché hanno messo in primo piano il proprio carattere e riuscendo a far coinvolgere il pubblico, così, nelle scena che li interessavano. Figura importante anche quella di Elizabeth (Mia Goth) per entrambi i personaggi, da un lato per l’amore provato e dall’altro per la semplice ammirazione della Creatura. 

Il film è diviso in due parti, ricco di aspetti e così creando una storia divisiva ma che porta, alla fine, alla comprensione di come una Creatura strana, mostruosa e non conforme al resto non si passi per quello che viene mostrata. Guillermo Del Toro accentra pienamente il concetto e riesce a raggiungerlo, a suo modo, valutando così positivamente ogni idea ispirata su questo film, basato su uno dei romanzi più importanti della storia.


Intervista a Guillermo del Toro su Frankenstein:

https://www.vogue.it/article/frankenstein-film-guillermo-del-toro-recensione


venerdì 14 novembre 2025

Benetton Formula




Articolo-recensione redatto da Valerkis

Non avrei immaginato di vivere un’occasione unica come quella di assistere ad una première. Questa è stata ufficialmente la prima da persona e da blogger. Io, che amo il cinema, ho assistito all’anteprima del prossimo documentario prodotto da Sky e dalla neo casa di produzione “Slim Dogs”, in vista della prossima uscita. In questo documentario, che verrà trasmesso il prossimo 28 novembre su Sky, si celebrano i trent’anni della scuderia dei Benetton, campione del mondo costruttori di Formula 1 nel 1995 e con un immenso Michael Schumacher alla prima guida, conquistando il suo secondo titolo da campione del mondo piloti consecutivo. 

In questo articolo cercherò non solo di fare una recensione del documentario diretto da Matteo Bruno, ma vorrei raccontare un po’ della serata in generale. Arrivato all’orario previsto per l’ingresso, in compagnia di amici con cui ho trascorso questa magnifica ed unica serata, c’è stato il benvenuto per poi sedersi nella sala del cinema “The Space Moderno” di Roma, grandissima e piena di persone ad assistere alla presentazione e proiezione del film. Mentre ci dirigiamo a sederci, c’erano illustrate delle fotografie simbolo di momenti della scuderia e ricevendo persino qualche gadget. Con l’intervento di Mara Sangiorgio e Omar Schillaci (per conto di Sky), Alessandro Benetton in persona e un pilota come Gerhard Berger, ci hanno immerso in questa parte unica di storia del motorsport, anche in maniera simpatica ed entusiasmante, iniziando così la proiezione di “Benetton Formula”. 

Il documentario si mostra portante della storia che ci racconta e a livello di regia e sceneggiatura, è perfettamente equilibrato, piacevole, esaltante. Quello doveva essere! Intervistando le giuste personalità, sono riusciti a trasmettere l’etica dei Benetton. Si parte dal 1986, in cui entrarono nel mondo delle corse ufficialmente, nel top del motorsport, nella Formula 1. Da Gianni Minoli a Pino Allevi, a Bernie Ecclestone e a Flavio Briatore, sono riusciti ad intervistare e a far raccontare la “Benetton Formula” attraverso le giuste personalità che hanno visto nascere, crescere e raggiungere l’apice di questo team. Ogni fotogramma ha rappresentato un pezzetto di storia di un brand, anche grazie alle tante immagini di repertorio, che ha rischiato tantissimo in un settore che non lo riguardava minimamente e invece ha voluto investire non solo come sponsor, ma come vero e proprio interprete in uno sport che è seguito da moltissimi. Si, un venditore di magliette che realizza una scuderia di Formula 1 a tutti gli effetti e cosa che Luciano Benetton ha deciso di prendere al balzo, per portare il suo brand in un settore completamente differente dalla moda e ammirato molto da uno come Ecclestone, che ha sempre accolto benevolmente la scuderia con a capo, un diligente Alessandro. I piloti sono passati da Berger a Nannini, per arrivare infine a Schumi, con il quale vinsero il campionato costruttori nel 1995 e lui campione del mondo piloti 1994 e 1995 (il resto, poi, è storia). Pienamente esaltante, coinvolgente e facendo parlare, per l’appunto, le giuste persone che hanno collaborato al team, comprese persone come Peter Collins, Rory Byrne e Ross Brawn che aiutarono la scuderia ad essere competitiva, proprio perché bisognava avere qualcuno che sapesse disegnare e costruire un’auto da corsa vera e propria e non bastava solo portare l’etica di un brand e commercializzare, avviando una campagna di marketing vera e propria. 

Per tutta la serata si percepiva un’enfasi di corse, di competizione, di storia della Formula 1 per nulla indifferente e soprattutto vedere qualcosa di veramente stimolante e interessante da tutti i punti di vista. Così descriverei la regia di Matteo Bruno e la sceneggiatura di Giacomo Pucci e Giulia Soi è riuscita a coordinare, senza essere sproporzionata, tutte le riprese di repertorio con le testimonianze dei vari interpreti che hanno contribuito all’ascesa di questo brand nel mondo delle corse. Per me è stata una bellissima ed unica serata, vedendo così dal vivo personalità importanti del motorsport e di chi ha diretto l’andamento del brand, raccontandoci quella che è stata un’esperienza irripetibile nel suo essere, come per me è stata in questa immensa ed unica occasione ringraziando, infine, chi mi ha permesso di viverla.

Vi lascio qualche immagine scattata di repertorio all’entrata della première.











Sitografia



(aggiornamento articolo del 21.11.2025 per l'aggiunta di una funzionalità beta di Blogger che abilita l'anteprima di una Ricerca Google)

venerdì 24 ottobre 2025

The Boss in Nebraska

 


Recensione redatta da Valerkis

Attualmente nelle sale, è uscito un film con interprete Jeremy Allen White nei panni di Bruce Springsteen, conosciuto meglio come “The Boss” e non parla solo di un personaggio storico della musica rock che ancora oggi porta negli stadi migliaia e migliaia di persone, ma di come ha intrapreso il suo percorso per comporre “Nebraska” l’album che lo ha incoronato rockstar, prima del successo vero e proprio con “Born in the USA”. 

Bruce è il nostro protagonista, insomma, che all’alba degli anni ’80 decide di costruire un percorso tutto suo all’interno di una casa che sta al di fuori della sua cittadina natale e cominciando così a scrivere i suoi testi. Nel frattempo non è solo tra persone, colleghi e amici che lo supportano, lo amano e chi lo segue nonostante le tensioni passate, come i suoi familiari. Bruce si rende conto di essere perseguitato dai suoi demoni e non riesce a superarli, quando poi si renderà conto che in fondo non era necessario restare ancorato agli eventi passati. Proprio questi momenti turbolenti e di piena attività portano alla nascita di “Nebraska”, un album che riscrive un genere come solo il Boss poteva fare.

L’interpretazione di Allen White non è stata screditata per niente, anzi l’ho apprezzata nel suo complesso, cimentandosi anche nel canto e trasmettendo quello che in fondo era il carattere del Boss. Anche Odessa Young, nella parte di Faye, che ha interpretato un personaggio di supporto per vari aspetti nei confronti di Bruce, facendogli provare una sensazione maggiore e diversa dal suo carattere solito e contribuendo ad una composizione generale di un’interpretazione meno serra e più sdolcinata. Il resto dei personaggi hanno aiutato a far compiere i passi giusti verso il raggiungimento dell’obiettivo di Bruce e le interpretazioni semplicemente degne dei ruoli ricoperti. La fotografia accompagna le sensazioni che si percepiscono dal protagonista e Masanobu Takayanagi riesce perfettamente ad eseguire il proprio lavoro in base alle singole scene. La colonna sonora, mischiata ai brani più famosi del Boss curata da Jeremiah Fraites, si unisce in modo tale che collabora con la fotografia e il montaggio per costruire la scena. 

La sceneggiatura, curata dal regista Scott Cooper, non è molto calcata di argomentazioni  varie, risulta alquanto diretta e lineare sul racconto di quel periodo e nonostante riesca a realizzare una durata normale e non troppo eccessiva, permette comunque alla regia di esporsi con un ritmo rallentato e appesantito. Sceneggiatura diretta ma regia articolata, ecco. Non è banale, non è da cestinare, ma nulla di eccezionale perché abbiamo a che fare, tutto sommato, con un biopic esaltante e assolutamente coerente, anche con quel pizzico sentimentale che alleggerisce la vicenda. 

Sicuramente il film merita di essere visto, a me è piaciuto, anche se avrei decisamente tagliato il finale per come ormai era stato scritturato e non andare avanti ancora, tanto per rendere la storia più completa e questo non ha aiutato la sceneggiatura, risultata debole da questo punto di vista e la regia così si è dovuta adattarsi nella chiusura del film. Quello che doveva trasmettere l’ha fatto, però non vi create eccessive aspettative, pensando che questo possa essere il film dell’anno, perché non c’è stata quella caratteristica a mio parere che ha reso il film unico nel suo genere ma sicuramente potrà far discutere e apprezzare il pubblico, anche perché si tratta sempre di un personaggio che nell’immaginario collettivo è conosciuto. Lo consiglio, vedetelo e per conoscere una vicenda per come è stata elaborata, nell’etica di affrontare diverse tematiche personali, introspettive e alla fine per raggiungere il sogno e l’ambizione che ognuno possiede nelle proprie aspirazioni e passioni.


lunedì 13 ottobre 2025

Dalla fantascienza al thriller-action, qui si gioca con i generi Steven

 



Recensione redatta da Valerkis

Parlerò di un titolo diventato cult del cinema contemporaneo e del genere spielberghiano, pienamente variegato nel corso dei 150 minuti di una storia che riguarda la tematica della premonizione, un qualcosa di astratto per certi aspetti ma è anche qualcosa di assolutamente eclatante. 

Il protagonista John Anderton, interpretato da Tom Cruise, si occupa della direzione degli agenti che operano all’interno dell’agenzia del “Precrimine” presso Washington e lui, quotidianamente, ha la responsabilità di mobilitare tutta la squadra per la responsabilità nazionale di far evitare i crimini commessi, arrestando anticipatamente i possibili assassini. Il periodo distopico in cui è ambientato il film (ambientato nel 2054) è a sua volta magnifico da questo punto di vista. Obiettivo raggiunto dei reati zero negli USA e tutto sembra andare verso la corretta direzione, ma allo scoprire di un qualcosa che non piacerà a John si raggiungerà un fine inaspettato e che nessuno potrebbe immaginarsi. Non dare nulla per scontato nei confronti di nessuno, questo vi posso dire per chiudere con la trama. 

Tom Cruise, anche qui, possiede una buona presenza scenica come personaggio centrale della storia, anche nelle varie successioni di eventi. Samantha Morton, nei panni di Agata, una dei “Precog” (ovvero persone che venivano usate come motori della premonizione per agevolare il lavoro della “Precrimine”), è stata l’aiutante principale tramite la sua reazione alle premonizioni ed è stata molto brava, rimanendo attinente all’etica del suo personaggio. Bravura pura! Poi Colin Farrell, nei panni di Danny Witwer, interpreta un personaggio che insegue in continuazione il protagonista e completamente integrato nella storia. In linea generale le interpretazioni sono proporzionate e completamente apprezzate. La regia di Steven Spielberg è una garanzia ed è stato perfetto e capace di non rendere lo scorrimento del film pesante nonostante la durata, riuscendo ad amalgamare vari generi in un unico film, che non è da tutti e poteva risultare confusionario, ma questo non è successo assolutamente. Personalmente sono stato soddisfatto di aver visto un film dove si passa dalla fantascienza all’azione e al thriller. Bravura registica assicurata! La sceneggiatura adattata da Scott Frank e Jon Cohen, tratto dal racconto di Philip Dick, è completa di eventi e di sensazioni che fanno attrarre lo spettatore e costruendo alla fine una storia che in tutte le forme non è considerata banale. Direi nel complesso, una sceneggiatura buona. La colonna sonora diretta dall'immenso John Williams (il compositore di E.T., Indiana Jones, Star Wars…) accompagna come dovrebbe ogni singolo frame e fa quello che deve, anch’essa pienamente apprezzata.

Aggiungerei montaggio, fotografia e così via, personalmente apprezzati tutti, riescono a contribuire alla creazione di un'unicità nello stile registico presentato, ma basta non mi dilungherò più di tanto e passerei alle mie considerazioni finali. 

Il film è assolutamente attraente, mi è piaciuto e fa quello che deve nei confronti dello spettatore, intrattenerlo con la propria vicenda e ogni singolo frame contribuisce alla costruzione di un'enfasi che ti lascia stupito. Sappiate che questo non è un semplice film come si pensa, si occupa anche di lanciare il concetto di “brand invasivo”, mediante l'uso dei loghi delle più importanti aziende mondiali e multinazionali e perlopiù saranno stati sponsor del film, a pensare che la Lexus abbia costruito quell’auto rossa che guida Cruise appositamente per quel film, chiamandola appunto “Lexus 2054”. C'è un po’ di marketing in questo film, a quanto pare. Inoltre per la realizzazione del film, hanno usato prototipi di algoritmi che implementano sistemi di intelligenza artificiale e uso dei cosiddetti “big data” per comprendere come potrebbe essere l’ipotetico mondo nel 2054 è qualcosa di interessante e coinvolgente, a tal punto che il buon Spielberg è andato a confrontarsi con esperti del MIT per realizzare questo film e non c’è niente da fare, l’impegno ripaga sempre! Vuoi fare un film fatto bene, devi sbizzarrirti a cercare quel passo in più che definisce un buon risultato e si è riuscito a proiettarsi nel futuro. Era il 2002 e già si parlava del presente (o meglio già da un bel po’ di anni per la precisione che si tratta dell'intelligenza artificiale), ma sappiate che in questo film, tutto sommato, si ha affrontato ciò che ha incentivato l’innovazione e influenzando tutti i fattori cinematografici e ciò che oggi ci ritroviamo sottomano e Spielberg risulta essere un gran regista per trasmettermi tutto questo. L’action si percepisce perché non ci sono mai momenti morti, thriller perché il terrore, l'ansia addosso e il mistero che fanno da sfondo a questa vicenda si percepiscono e fantascienza pura che viene arricchita con aspetti surreali di persone, cose e ambienti. 

Non riusciamo idealmente a concretizzare come sarà il futuro, ma che non ci siano crimini sarebbe troppo bello ma se questo dovesse portare a metterci in discussione ’uno contro l’altro, non credo che sia una scelta buona. Il protagonista si troverà in una situazione molto scomoda, ma come Tom Cruise sa ben interpretare l’azione, risultando focale in ogni momento, montaggio e come interpreti una parte di riferimento per una storia che solo un regista come Spielberg poteva realizzare. Pienamente attratto e consigliato assolutamente e non considerate la durata, tranquilli, perché sembra abbastanza consistente ma la bellezza di questo film sta anche nel semplificare un qualcosa di complesso come la premonizione, fattore chiave del film. Interpretazioni buone, concetti chiari, tecnica coerente e tutto ciò per farti rimanere completamente attratto.



sabato 11 ottobre 2025

Affrontare la fine con sarcasmo

 



Recensione redatta da Valerkis

Johnny Depp, uno degli attori maggiormente influenti nello scenario del cinema contemporaneo, nel film che recensirò quest’oggi assume le vesti di un personaggio, come quello di Richard Brown, un professore universitario di letteratura che scopre di avere un tumore ai polmoni e come reagirà a tutto ciò? Sicuramente a prendere la vita con sarcasmo, indifferenza e in tutt’altro modo che ognuno di noi potrebbe immaginare. Richard è sempre affiancato dal suo migliore amico, Peter (Danny Huston) e dalla sua famiglia, composta da Veronica (Rosemarie DeWitt) e Olivia (Odessa Young) a cui non dice nulla, ma quanto potrà tenere un peso del genere?

Rimanendo all’analisi del film, è risultato sarcastico come lo è stato sia il personaggio in sé e l’interpretazione di Depp, perfettamente adattata al protagonista. Trasgressore, indifferente e sempre con un bicchiere di whisky in mano, ormai non ha nulla da perdere e in quello che dice e fa. Lui continua a fare il suo lavoro, come ha fatto per una vita e lo dice sempre in maniera sarcastica ma anche con decisione, dicendo che la vita va vissuta fino in fondo e in ogni istante sempre con un bicchiere di vino in mano. Sembra scontato, vero? Parole fatte, così, ma è la modalità con cui Richard affronta la fine del suo percorso, anche se trasgressivamente.

A livello tecnico, non sembra un film talmente rilevante che metta in risalto chissà che e chissà cosa, hanno fatto quello che dovevano, semplicemente restare coerenti col filo logico della pellicola e Wayne Roberts, regista e sceneggiatore, scrive e dirige nella maniera più diretta possibile e non per appesantire una situazione già tristemente difficile da accettare per il protagonista, appunto riuscendo a trasmettere il giusto messaggio con il giusto carisma trasmesso dal personaggio interpretato da Depp. Si comprende un’enfasi diversa dal solito dramma che si poteva realizzare e da una parte l’ho apprezzato, però avrei preferito qualche cosa che mi avrebbe lasciato impressionato sia a livello registico sia a livello di scrittura e questo mi è mancato e non è riuscito il film ad eccellere, cosa che poteva benissimo fare e avrebbe meritato senz’altro.

Nulla contro Johnny Depp, nulla, lui molto bravo e apprezzato tanto, come anche Peter interpretato in maniera impeccabile da Danny Huston. Come la storia in generale, mi è piaciuta il sarcasmo trasmesso, ma poteva essere decisamente qualcosa di meglio e di più impressionante, scatenando qualche emozione e attenzione in più. Regia e sceneggiatura, nel complesso, equilibrata e semplice, nulla di più nulla di meno. Dico è un bel film per una sottospecie di ironia adottata nell'affrontare la tragicità al cuore della trama, anche se per il mio parere è mancata effettivamente quella caratteristica drammatica aggiuntiva che avrebbe reso un film acclamato dal pubblico. 



sabato 5 luglio 2025

Adrenalina, sentimento, motori e pubblicità di uno sport

 


Recensione redatta da Valerkis

Un film sulla Formula 1 a trecentosessanta gradi, prima o poi, lo avrebbero prodotto e quindi eccomi qua, tornato dopo un periodo di assenza dal blog con la recensione inerente al film, in primis, della stagione estiva di quest’anno. Penso sia un qualcosa di inaspettato vedere un Brad Pitt che, realmente, sale su una monoposto di Formula 1 e diventa a tutti gli effetti un pilota della competizione numero uno del motorsport. Avete capito bene, proprio lui si è messo a pilotare!


Sonny Hayes (Brad Pitt) è un ex pilota ingaggiato dal suo amico Ruben (Javier Bardem) che possiede una scuderia in Formula 1 e vorrebbe offrirgli un sedile per il campionato in corso. Un'occasione che potrebbe segnare la sua carriera e amplificare cosí il suo curriculum, concludendo una stagione tra alti e bassi e una continua rivalità con il suo compagno di squadra, Joshua Pearce (Damson Idris) che influenzerà l'andamento della scuderia di Ruben e le carriere dei due piloti protagonisti, come le proprie vite.


Già per la modalità di come ha interpretato Sonny, Brad Pitt (alla bellezza di sessant’anni ormai compiuti) è ammirevole ed è riuscito a definire in ottima maniera il suo personaggio ironico, preciso e sentimentalmente attaccato alla sua ispirazione di vita: il mondo delle corse. Buona interpretazione anche per Damson Idris, nei panni di un giovane pilota che mostra tanta fame di correre, vuole farsi notare e ha rispecchiato, inoltre, lo stereotipo del ragazzo “social” apparentemente affascinante agli occhi dei tifosi, nonostante le difficoltà e l’inesperienza nel settore. Anche Javier Bardem è stato dominante in questa storia, come il resto del cast che ha interpretato i componenti del team APXGP (scuderia in cui hanno corso Sonny e Joshua). 


In questo film vorrei dedicare un paragrafo straordinario alla produzione e lo faccio perché è stato coinvolto tutto il mondo reale della Formula 1 per la realizzazione di questo film e farlo era strettamente necessario. Sono arrivati ai vertici della Federazione Internazionale dell’Automobilismo (FIA) e agli esponenti del gruppo aziendale della competizione stessa, compresa anche la presenza dei reali team principal nelle scene. È un film che, sicuramente, è costato parecchio in tutti i sensi, nel coinvolgimento in sé e nei confronti dei reali piloti durante i weekend di gara per effettuare tutte le riprese possibili, risultate davvero dinamiche. Infine per arrivare alle grandi distribuzioni, al coinvolgimento di Apple per la diffusione tramite piattaforme del film e produttori come Jerry Bruckheimer (produttore di Top Gun e altri) che ha dato un’altra grande chance a Joseph Kosinski per dirigere un film appassionante che colpisce centralmente l'etica e lo spirito della competizione con la sua regia pienamente dinamica, veloce e sentimentalmente apprezzabile. In fondo è stata una regia apprezzata, nonostante non mi convinca proprio lo stile sentimentale, a mio parere, ma per un film del genere era necessario comunque un regista che si esponesse e ricercasse la giusta modalità per trasmettere la velocità, l’adrenalina, la frustrazione e le gioie che si provano solo nel mondo della Formula 1. Tra i produttori, il nome di Lewis Hamilton è il segno del pieno coinvolgimento da parte dei piloti nel progetto e da una personalità come Hamilton, è ammirevole questo gesto di contribuire ad un’idea cinematografica con pura adrenalina. L’unione dei numerosi produttori ha portato alla possibilità di realizzare in grande questo film.


Il progetto in sé scritto da Joseph Kosinski e Ehren Kruger, racconta sicuramente una storia che trasmette le emozioni dello sport in questione, ma racconta anche una vicenda che parla di persone che combattono con se stesse per ottenere delle vittorie personali e raggiungere lo scopo per cui sono in vita. Ma è stata la regia di Kosinski a trasmettere queste sensazioni che sono abbastanza degne per questa vicenda, anche se magari avrei dato ancora piú spazio e cosí concentrarsi sull’azione generale che si compie durante i gran premi e non limitarsi solo ai casi peggiori e rimanendo i piú realistici possibili. Ma complessivamente la pellicola è risultata equilibrata tra la storia costruita, la diffusione delle emozioni e anche il modo di pubblicizzare e commercializzare, tutto sommato, un’etica di uno sport che ha fatto storia e continua a farla, dove sono passate e passano persone con un’abilità unica di pilotare delle monoposto che arrivano a trecento chilometri orari. Diciamo che sostanzialmente l'obiettivo di questo film è la pura commercializzazione dello sport, portando la costruzione della storia che ho raccontato poco fa.


A mio parere ho apprezzato la colonna sonora, diretta da una firma come Hans Zimmer, sorprendente e coinvolgente per tutta la durata della pellicola. Ho apprezzato le varie sfumature realizzate, magari con un occhio maggiore all’esaltazione del vero motivo per cui un tifoso rimane affascinato da uno sport diverso dai soliti. Lo avrei preferito, ma sono contento lo stesso perché infine…ho percepito le giuste emozioni. Questa è la Formula 1!


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